sabato 12 settembre 2009

SALA D'ASPETTO



L’orologio sulla parete segna le nove e ventisette. Non è possibile, mi dico. Non può essere. Devono essere passati almeno dieci minuti dall’ultima volta che ho alzato la testa. Le batterie, certo…
Guardo il display del cellulare. Le nove e venticinque. Strano. Ma almeno di quello mi posso fidare. Mi rimetto a leggere la storia. Una strana storia. La storia di un orologio da parete rotto e di una ragazza che legge una storia.
Guardo nuovamente il display. Le nove e venticinque. Non può essere, e mi scappa un gemito. Sono pazza, mi dico. Lasciamo fare… continuiamo a leggere.
La storia va avanti. La ragazza legge ma il tempo sembra essersi fermato. È proprio una strana storia.
Poso il libro sul tavolo. La sala d’aspetto è vuota. Ci sono solo io. Il dottore è occupato e mi sembrano ore ormai. Ma il cellulare segna ancora le nove e venticinque.
Mi alzo dalla sedia, una sedia di formica scomodissima. Passeggio per la stanza, una stanza piccola e squallida. Le pareti sono spoglie. C’è solo quell’orologio che per di più è rotto.
Ascolto i tacchi delle mie scarpe rintoccare. Tic, tac, tic, tac. Forse stanno aiutando i secondi a scorrere. Forse li stanno convincendo a tornare a fare il loro lavoro. Tic, tac, tic, tac. Forza, su. Muovetevi!
Il display segna ancora le nove e venticinque. Sono pazza…
Mi avvicino alla porta dello studio. Insieme al dottore deve esserci qualcuno ma non odo alcuna voce. Potrei bussare, ma decido di aspettare ancora un po’. Un paio di minuti… già, ma se non scorrono che cosa aspetto?
Potrei andarmene. Imboccare il corridoio per il quale sono arrivata, prendere l’ascensore e tornare in strada, dove il tempo di sicuro scorre normalmente. Ma ho bisogno di quelle ricette. Non posso andarmene senza.
Spengo il cellulare e lo riaccendo. Forse è colpa di un contatto. Quando si accende emette un ridicolo gingle, poi s’illumina come una albero di natale. Le nove e venticinque. Vacca boia!
Basta. Mi dirigo verso la porta e busso. Non succede niente. A questo punto mi prende il panico. Ecco, lo sento arrivare, è uno di quegli attacchi, i soliti maledetti attacchi. Devo aprire la porta, devo avere quelle ricette…
La porta si apre.
«Buongiorno signora Lastelle. È tanto che aspetta?»

Aeribella Lastelle - 2008

venerdì 11 settembre 2009

L'ORRIDO PERSECUTORE



Il suo nome è Victoria. Piccola, mora, trucco vistoso, look darkeggiante, ma con un’aria da Lolita. Giriamo a vuoto per le vie del centro, con l’autoradio che pompa un misto di techno e acid. Sono le cinque del mattino e presto la città vivrà. Per allora tutto sarà finito.
«Me lo fai un pompino?» le chiedo.
Lei è completamente andata. Un mix esaltante di exstasy e anfe, condito con un paio di mojiti fatti con cura, l’ha trasformata in un’ameba vestita di nero. Mi sorride con denti candidi. Ci siamo conosciuti due ore fa, e un pompino mi sembra un ottimo pretesto per chiudere la serata in bellezza.
Non mi risponde. Si avventa sulla lampo dei miei jeans ed io faccio appena in tempo a scartare di lato, evitando un cassonetto dell’immondizia. Mentre riprendo il controllo della Golf, la sento sogghignare divertita. La troietta non sa cosa le aspetta.
Comunque tutto sta andando come previsto. Lei me lo succhia, io faccio fatica a rimanere duro e nel frattempo lasciamo la città. I semafori sono tutti spenti. Cinque minuti dopo sono già sulla statale che sale verso le colline. Victoria mi si è addormentata sull’uccello. Poco male. L’importante è che si stia distraendo.
Imbocco lo sterrato che si addentra nel bosco. Lo conosco bene. Ci sono stato nel pomeriggio per fare i preparativi. Sento Victoria che si risveglia. Non protesta, forse si sente in colpa, così si rimette subito a lavoro. Non è male, anche se lenta nei riflessi. Ma c’è da capirla, con tutta la roba che le circola in corpo…
Finalmente la sento irrigidirsi. Nonostante la musica a palla, i sobbalzi della Golf dovuti alla strada non lastricata sono fin troppo riconoscibili. Si alza e si accorge subito che c’è qualcosa che non và. Piccola, dolcissima, con quel musino da bambina, un filo di bava che le penzola dal labbro, gli occhi lucidi come due laghi di notte. L’oscurità del bosco ci sovrasta. Io le rivolgo un sorriso rassicurante, ma sono pronto a scattare. Victoria non sa come reagire, non si capacita. Mugugna un debole: «Ma dove cazzo siamo?», poi le afferro la nuca e le sbatacchio la testa sul cruscotto. Una, due, tre volte. Il cruscotto è di plastica dura; non dovrebbe farle molto male. La rilascio indietro e lei crolla sul sedile con una chiazza rossastra dipinta sulla fronte. Spengo la musica. Non ce n’è più bisogno.
Raggiungo finalmente la radura, una piazzola di erbacce e arbusti circondata da faggi e querce. I fari dell’auto trafiggono le tenebre solide di una notte senza luna, ma devo spegnerli e fidarmi del mio istinto per portare avanti il rituale. Lui non ama la luce…
I segni sono dipinti con del gesso bianco e rosso. Li vedo riverberare al tenue bagliore delle stelle. Esco dalla Golf e vado ad aprire la portiera del passeggero. Il gracile corpo della bimba, ancora privo di sensi, si rovescia fuori dall’abitacolo. La sento respirare, mugolare. È viva. Menomale.
La sollevo facilmente, sarà si e no cinquanta chili. Dolcemente la distendo sull’erba, all’interno del cerchio rosso. Le discosto una ciocca di capelli che le è ricaduta sul volto, quel volto da Lolita marcato da troppo makeup. La chiazza rossa sulla fronte si distingue appena nelle tenebre del bosco. Lui non ci farà caso.
Io mi posiziono dentro l’altro cerchio, quello di protezione. Non posso perdere altro tempo perché presto albeggerà, e allora Lui si rifiuterà di venire. Trovo la concentrazione necessaria per rievocare le parole, quelle imparate a memoria la sera prima davanti al mio laptop. Litanie ancestrali trasformate in catene di impulsi binari. Poco importa alla fine. Sono finiti i tempi dei tomi antichi e delle pergamene. Il messaggio dei Grandi Antichi viaggia rapido nei sotterranei della rete.
Io, solitario nel grembo del bosco, sotto una volta di stelle che mi guardano come le orbite idiote di creature aliene, scandisco ogni sillaba della canzone. Il corpo di Victoria diventa il dono, il pretesto, il mezzo. Eccolo che arriva. Un verme deforme, lungo quasi dodici metri, dotato di oscene ali di pipistrello. Un’ombra nel cielo stellato che si dimena gonfiandosi, e vibrando discende. Si ferma proprio sopra la ragazza, librandosi nella sua folle brama di essere reale, creatura impossibile che diventa la testimonianza di un assurdo disegno. La trama del Caos Strisciante.
«Eccomi, uomo. Quale compito mi spetta?» la sua voce dilania il vero. È dura, senziente, asciutta, insopportabile. Io faccio fatica rimanere in piedi, ma l’evocazione è ormai compiuta. Devo andare avanti. Chiedere il favore.
Non conosco il bastardo che è riuscito ad accedere al mio deck. Forse è solo un ragazzino un po’ curioso. Potrebbe trovarsi dall’altra parte del mondo, ma quello non è assolutamente un problema per il mio amico vermiforme. Non conosco neanche il suo nome, e sono sicuro che l’IP che sono riuscito a intercettare sia falso. Ma anche questo non è un problema. All’orrido persecutore basta un riferimento, ed il suo nickname è più che sufficiente. L’intuizione di una creatura come quella trascende il pensiero umano. Egli esiste per perseguire, dentro incubi tutt’altro che onirici.
Gli rivelo l’identità del suo obbiettivo. Lui come risposta emette un orribile mugolio. Poi si avventa sulla ragazza. Il suo corpo gibboso di verme si attorciglia alle sue gracili membra. Victoria in quell’istante si sveglia, sbarra gli occhi e precipita in una voragine di follia. Urla, ma il suo urlo le muore a metà. Il verme sbatte le sue ali di pipistrello, e in un attimo è risucchiato nel cielo scuro, sagoma indistinta tra le stelle.
Rimango da solo nel silenzio della foresta. Continuo a tremare per lo sforzo mentale richiesto dall’evocazione. Lentamente recupero forza e autocontrollo. Intanto ad est il cielo incomincia a rischiararsi. La notte è finita, insieme all’incubo della piccola Victoria. Tra poco incomincerà quello dell’hacker irriverente, che ha visto cose che non doveva vedere. Puoi anche conoscere i tasti giusti, ma prima di premerli è bene che tu sappia che cosa stai facendo.
Altrimenti gli incubi verranno. E come se verranno…

Jonathan Macini - 2008

giovedì 10 settembre 2009

UNA PARTITA A BILIARDO

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Chiusi gli occhi e le luci si accesero.
Mi trovavo in una sala da biliardo, dieci, dodici tavoli disposti in fila, pareti ricoperte di stecche, gessetti blu, lampade verdi sopra i teli, mattonelle marroni, sedie di formica, finestre su una strada buia. Era quella la sala d’attesa?
La stanza era pressoché deserta. C’era solo un giocatore, defilato al tavolo più distante; il numero dodici. Mi avvicinai col pensiero e un attimo dopo ero seduto di fronte a lui. Mirava la numero otto in una buca d’angolo. Attesi il colpo. Il silenzio era assordante. Toc! Con precisione la palla nera percorse tutto il tavolo depositandosi con dolcezza nella buca.
«Bel colpo!» mi venne di dire.
L’uomo, un tipo anonimo di mezz’età, vestito con un paio di jeans e una giacca scura, mi rivolse un sorriso.
«Te l’aspettavi, vero?» Aveva una voce roca, graffiata dal tabacco e dall’alcol.
«Cosa?»
«Che andasse a finire così. Buca d’angolo…»
«Che vuoi dire?» Ero confuso e non lo nascondevo.
«La tua vita. La numero otto, in buca d’angolo.»
«Vuoi dire che era lei?»
«Beh, hai rimbalzato un bel po’ prima di finire in buca. Alla fine ci finiscono tutte…»
«Ehi, ferma un attimo. Mi vuoi dire che siamo di là? Che alla fine il cancro l’ha avuta vinta?»
«Beh, questo lo dici tu. Forse può bastarti…» Si era messo a lavorare la stecca con il gessetto, ma continuava a guardarmi, da oltre la frangia che gli ricadeva sugli occhi.
«Ed io che credevo che avrei trovato delle risposte…»
«Ehi uomo, non ti preoccupare. Non sei il primo che pensa di trovare delle risposte da questa parte. Qui si gioca solo a biliardo. Ti va di fare una partita?»
Che altro potevo fare. Avevo l’eternità davanti. Mi alzai e afferrai una stecca.
«A cosa giochiamo?»
«A Destino. Lo conosci?»
«No.»
«La vedi la numero quindici, laggiù?»
«Si…»
«Tua figlia Giulia. Se la butti in buca è salva, altrimenti… dopo tocca a me.»
Mi regalò un sorriso di cui avrei fatto volentieri a meno.
E così mi ero ritrovato a giocare al Destino insieme al braccio destro del Caso. Non potevo farcela, era una partita impari, uno scherzo di cattivo gusto. Se solo…
E appena lo pensai, apparve. Un bicchiere di scotch sul bordo del tavolo da gioco. Ecco quello che mi ci voleva… Lo buttai giù d’un fiato e preparai il colpo.
«Ordina pure quello che vuoi. Va tutto sul mio conto…» disse il tipo col ciuffo, continuando a sorridere.
Non lo guardai. Non guardai nemmeno la palla, o la stecca, o la buca. Chiamai il colpo pensando alla piccola Giulia, quando aveva solo tre anni, e si buttava dallo scivolo a testa in giù, e le dicevo di stare attenta, ma poi lei mi sorrideva e non potevo resisterle. La biglia battente descrisse una retta attraverso il tavolo verde, sfiorò appena la numero quindici vicina alla buca laterale, la palla bianca e bordeaux ruzzolò con sicurezza dentro la cavità. La piccola Giulia era salva, almeno per il momento…
«Bel colpo» ammise il mio compagno di gioco.
«Cosa mi aspetta, adesso?»
«Ancora domande? Te l’ho già detto, qui non troverai risposte. In verità ti dico che di risposte non ci sono, da nessuna parte. Né nella sala dei biliardi, né giù al bar, né tanto meno in strada…»
In quel momento sentii transitare un’auto, vidi le luci degli abbaglianti scorrere sul palazzo di fronte, mi avvicinai alla finestra e guardai giù. Ma l’auto era già passata. Fuori pioveva, e i lampioni illuminavano le pozze. Il silenzio era straziante.
«Beh, dici che non esistono risposte, ma tu sei già una risposta. Giochi a biliardo con le vite degli uomini, è un fatto no?»
«Scusami se mi ripeto, ma questo lo dici sempre tu. Ci credi solo perché te l’ho detto? La numero sei, quella verde. Lo sai chi è?»
Poteva essere un sogno? Non avevo mai sentito che il cancro ti prendesse così, di punto in bianco, sul divano mentre guardi la TV spenta e cerchi di farti una ragione di quello che ti sta per succedere. La morte, l’amore, il tempo, il senso di tutto… Mi aggrappai all’idea del sogno e continuai a giocare.
«Che diavolo vuoi da me?» urlai. Ma in quell’intercapedine onirica, l’urlo diventò un sussurro.
«La sei è tuo padre. Proprio lui, il vecchio ubriacone, quello che non è neanche venuto a vedere la sua nipotina, quello che non si è fatto sentire per più di dieci anni, quello che metteva mano alla cintura volentieri, quando ne combinavi una grossa… La numero sei, dai su… Non è difficile… Un colpo secco ed è salvo. Ah, dimenticavo, puoi sempre decidere di passare il turno…»
Il suo sorriso era diventato un ghigno. Sul bordo del tavolo apparve un secondo bicchiere. Lo afferrai con decisione, lo alzai e proposi un brindisi. “A te, padre… ti ho già perdonato così tante volte che non me ne frega più niente, ormai…”
Già, proprio un colpo secco ci voleva, e la sei fu fuori dal gioco. Ne rimanevano troppe, però…
«Quanto deve andare avanti questa storia?»
«Non ti stai divertendo?»
«No!»
«Io invece si. Quella gialla, la uno. Quella è tua moglie. Vogliamo provare a buttarla dentro?»
Per me poteva bastare. Cercai l’interruttore dei sogni, avete presente? È un po’ come allungare una mano nel buio della cantina, e mentre senti il tocco delle ragnatele ti auguri che il ragno non s’incazzi e ti venga a fare un salutino. Ma niente interruttore, questa volta. Cavoli, forse ero morto per davvero. Maledetto…
Il colpo era difficile stavolta. La uno era coperta da altre due palle. Avrei potuto mirare alla sette, per farla carambolare sulla gialla. Un colpo estremamente complesso, ed io non sono mai stato un granché come giocatore. L’alternativa era mettere fuori gioco il mio avversario, nascondendogli la biglia dietro altre palle. Ma potevo fidarmi di lui? Chissà di cosa era capace…
«Puoi passare, se vuoi…» incalzò il braccio destro del Caso. Non gli badai e preparai il colpo.
Pensai al giorno in cui la conobbi, alle cretinate che feci per farmi notare, a come mi guardava storta, ridendo al tempo stesso, alla vacanza in Grecia e all’amore sugli scogli, ai litigi e alle passioni, all’ultimo sforzo, dopo ore di travaglio, che segnò la nascita di nostra figlia, e a tutte le volte che avevo bisogno di una carezza e c’era lei. Pensai a tutto questo chiudendo gli occhi, poi li riaprii e colpii, sicuro, con forza, dritto verso la biglia bordeaux. Stoc… toc… toc… la uno in buca d’angolo… salva… e la bianca in buca laterale…»
«Peccato…» sospirò il mio avversario.
Riaprii gli occhi e le luci si spensero. La TV era morta ma il led in alto mi diceva che erano quasi le due. Al piano di sopra il miei due gioielli respiravano piano, e sognavano di volare. O almeno me lo auguravo…
Una fitta allo stomaco. La solita fitta, quella che mi tormenta ormai da settimane. Domani iniziamo la chemio, poi si vedrà.
Volete sapere cosa penso?
Non penso niente. Le Grandi Risposte non m’interessano. Continuerò a pormi domande fino alla fine, e cercherò di rispondermi in sincerità, anche se dovrò contraddirmi. Lo facciamo tutti, no? È cosi che passiamo ogni singolo istante delle nostre esistenze.
Ma ho smesso di credere al bianco e al nero, a dio e al diavolo, al male e al bene. In questo momento, solo di una cosa sono certo: se vuoi morire tranquillo, impara a tirare di stecca!

GM Willo - 2009

mercoledì 9 settembre 2009

L'AMULETO



L’amuleto.
Si, l’amuleto, proprio quello. L’ho gettato via. L’ho dato in pasto ai pesci… dannati pesci e creature marine. Anche voi cospirate insieme a lui.
Non è servito a niente. L’incubo è tornato, più orribile che mai. Ancora una volta l’altare. Ancora una volta quella maschera spaventosa che si avvicina col pugnale in mano. La lama, lunga e sottile, cosparsa di iscrizioni arcane. Io a ridosso della fredda pietra. Il mio corpo nudo, i miei muscoli tesi allo stremo, ma incapaci comunque di muoversi. La lama che si avvicina. Il ghigno da sotto la maschera. Non riesco a svegliarmi quando affonda nel ventre. Non provo dolore. Osservo il mio carnefice che con movimenti precisi incomincia a estrarre i miei organi. Il fegato, il pancreas, il cuore. Pulsa ancora nelle sue mani. Io rimango sveglio, in preda ad un orrore indescrivibile. Poi lui si sporge verso di me, sembra intenzionato a togliersi la maschera, ma un attimo prima di rivelare il suo volto io mi sveglio.
L’amuleto mi è arrivato circa quindici giorni fa per posta. Il mio interesse per gli oggetti antichi risale al periodo universitario. Interrotti gli studi di antropologia, più per pigrizia che per altro, ho incominciato a interessarmi di scienze occulte e pratiche esoteriche. All’inizio ero spinto da semplice curiosità; culti segreti, oggetti magici, maledizioni arcane. Ero convinto che il mio innato scetticismo fosse la migliore difesa contro qualsiasi anatema. Ma mi sbagliavo.
Com’è che diceva quel vecchio film? “Ho visto cose che…” ebbene, è proprio così! Ho visto cose che farebbero contorcere le budella ai mangiatori di fuoco. Basta avere gli indirizzi giusti e le password per accedervi. Le rete sotterranea è piena di schifezze di questo tipo. Con poco più di duemila euro rimedi un ragazzino da sacrificare. Non sto parlando di rapimenti, ma di bambini che si vendono per dare da mangiare alla loro famiglia. Roba da brividi!
L’amuleto arrivava dal Mar Rosso. Associato ad un culto antichissimo di Ebla, risalente al periodo di massima fioritura della città (2400 – 2250 AC), veniva adoperato dai sacerdoti per prepararsi a celebrare importanti rituali. I capi-culto mettevano alla prova la purezza del loro spirito entrando in contatto con il loro Io-Supremo. Baggianate…
Si, è così che ho pensato quando ho fatto il trasferimento di millequattrocentotrentanove euro sul conto di quell’arabo, tale Aziz Uruk. L’oggetto mi piaceva. Faceva un figurone in mezzo alla mia collezione, un pretesto fantastico per attirare nel mio appartamento qualche curiosa collegiale. Ma non era solo questo il motivo del mio interesse per l’amuleto. Sono anni che studio i culti protosiriani, akkadici ed aramaici, misteri insondabili per gli storici e i paleontologi. Bisogna spingersi oltre, magari con l’aiuto della fantasia, o della follia, direbbe qualcuno.
La storia è, come ogni altra scienza, interpretazione. Bisogna saperla leggere tra le righe, e se si vuole disseppellire le cose davvero importanti, non si deve aver paura di passare per degli sciocchi. Che ne sappiamo davvero del nostro passato. A scuola fin da bambini ci inculcano postille stantie, schemi disegnati a tavolino, parvenze di teorie. Cresciamo con la convinzione di possedere la conoscenza delle nostre origini. Beh, ve lo dico adesso, e non riuscirete a trovarmi più lucido di così… ci stanno raccontando un mucchio di baggianate. Si, baggianate. Tutto quanto è una megabaggianata.
Mi accendo una sigaretta e butto giù un po’ di tequila, tanto per farmi coraggio. Più scrivo e più mi viene da scrivere. L’amuleto, vi dicevo….
Un coccio romboidale che ricordava una piastrella. Forse una tegola. Incredibile che si sia conservato così. La missione italiana che nel 1964 si recò ad Ebla ritrovò molte suppellettili in perfetto stato. Deve essere stata insieme a queste. Maledetti italiani, quando ci si mettono sanno il fatto loro!
In più di quaranta anni il coccio deve essere passato da diverse mani. Chissà come se lo è procurato Aziz… Non bisogna mai fidarsi degli arabi. Le mille e una notte, ve le ricordate? La loro cultura si basa tutta su quelle parabole. Inganni, trabocchetti, mistificazioni. Sono degli artisti quando si tratta di mentire.
Sapevo del rituale, ma non gli avevo dato alcun peso. Non ero interessato a documentare le qualità magiche dell’oggetto. Non ci credevo, semplice. Ma ricordavo di aver letto che i sacerdoti usavo dormire sopra la pietra, la notte prima della celebrazione del rito. Era questo il modo per attingere il potere dall’oggetto.
Quella sera avevo bevuto. Non posso dire con certezza se fossi ubriaco, perché ricordo bene tutto quello che successe, ma di sicuro non avevo il pieno controllo delle mie facoltà. Altrimenti non avrei mai fatto quello che ho fatto.
La tipa si chiamava Linda, ed era davvero super. Appena vent’anni, ultimo anno, tanta ambizione negli occhi ed un corpo da urlo. Le dissi dell’amuleto e lei sembrò quasi eccitarsi. “Quando me lo fai vedere?” mi disse. Sapete bene che a una richiesta del genere non è facile resistere…
La portai su la sera stessa. Servii due gin and tonic che erano due corazzate sulla nuca. Ne seguirono altri tre. Lei faceva fatica a stare in piedi, mentre si rigirava tra le mani il coccio. Lo strinse tra le braccia e incominciò a ballare. Avevo messo su il secondo dei St Germain, Tourist. Che bello! Iniziò a spogliarsi. Piccola Linda, com’eri bella!!! Maledizione…
Iniziammo a farlo sul divano. La pietra giaceva sul tavolino da tè. Ogni tanto vi posavo gli occhi. Ho questa immagine nella testa e non riesco a liberarmene. Linda in ginocchio davanti a me intenta a trascinarmi in isole di piacere mai visitate prima, e l’amuleto dietro di lei che improvvisamente emana un bagliore, una luce arancione che mette i brividi. Ancora non so se me lo sono sognato oppure no, ma l’immagine è vivida, assolutamente reale.
Lei mi disse: “Andiamo in camera”. Io la seguii. Aveva raccolto l’amuleto dal tavolino. “Sei pronto ad incontrare il tuo Io-Supremo?” mi sussurrò, adagiandosi sul letto. Poi posò il coccio sotto il letto. Qualcosa dentro di me urlò che era tutto sbagliato, ma in quel momento nessuna voce interiore poteva dissuadermi dal fare quello che mi ero preposto di fare.
Scopammo fino a che ci resse il mondo, poi abbracciammo insieme l’oblio. La mattina dopo mi ritrovai solo nel letto. Lei se n’era andata. I piaceri della notte si erano dissolti insieme ai fumi dell’alcol. Il sogno era comparso per la prima volta, trasformandomi dentro.
Nel pomeriggio di quello stesso giorno fu rinvenuto il corpo annegato di una ragazza. Linda si era tagliata i polsi e poi si era gettata dal ponte più alto. Alla luce dei ricordi della notte, non mi sorprese quel gesto.
Sono passati sette giorni da allora. Il sogno ritorna ogni notte. La pietra è in fondo al canale ed io incomincio ad agognare la fine della piccola Linda. Una paura ghermisce le mie membra, il mio stomaco, i miei intestini. Che l’uomo con la maschera infine mi si riveli. Perché so chi si nasconde dietro a quel ghigno…
… il mio Io-Supremo.

Jonathan Macini