mercoledì 18 novembre 2009

SEBASTIAN CLAW: Discesa verso l'oblio



Dall’unica finestra di questo dannato monolocale, entra la promessa di un’altra notte bastarda. Il cielo rimane grigio, incolore, ma la dilatazione del giorno è fin troppo percepibile. Siamo alle ore che precedono le ombre, ma non accenderò la lampada della scrivania. Rimarrò sul mio letto, immobile, ad osservare il piombo nel cielo scurirsi, diventare antracite, finché le tenebre non m’inghiottiranno. È tutto quello che desidero per stasera…

La bottiglia è già arrivata a metà. Il corpo sprofonda dolcemente nel materasso troppo soffice, ma è una bella sensazione. Mi fa sentire coccolato, protetto, come un arnese nella sua confezione. Lo shotgun giace al mio fianco. È carico. Ormai non riesco neanche ad andare in bagno senza di lui. Ne accarezzo il grilletto. Un colpo e via, tutto finito. Il sipario si chiude. Che se la vedi il mondo contro quelle schifezze. Io ho già dato tutto quello che avevo…

Un lungo sorso con la testa piegata all’indietro, chiudendo gli occhi, il liquido che mi scorre attraverso i denti, lo sento corrodermi, nel fisico e nella mente. Scardina gli incubi che infettano la ragione, addobbandoli di assurdi festoni. Un rituale scaramantico che mi trascina verso il basso. Riapro gli occhi. La stanza è sempre più buia. I rumori che vengono da fuori sono l’inutile canzone di una civiltà senza speranza, il canto funebre dei parassiti di un pianeta sul quale i Grandi Antichi torneranno presto a regnare. Le auto in corsa, il suono dei clacson, il trambusto nei cantieri di periferia, la stazione ferroviaria. Sintomi di vite prive di qualsiasi rilevanza, che arrancano sopra luride fognature nelle quali scorre già il seme della follia.

Afferro la bottiglia con più forza. Il sacchetto di carta che la riveste emette un suono rassicurante tra le mie dita. Mentre bevo guardo il corpo di un uomo che si avvelena lentamente. Fin dove riusciranno a trascinarmi queste povere membra? Sono loro che fanno il lavoro sporco. È vero, c’è ancora quel fuoco che arde, il motore di questa macchina di morte, il pretesto per non abbandonarsi completamente al delirio. Ecco cosa ne è stato di Randy Coleman. La trasformazione è ormai completa. Una creatura di carne con un fucile a canne mozze come appendice, estensione del suo corpo, organo vitale fatto di ferro e fuoco. Un intento irrazionale, forse più folle delle follie che camminano nell’oscurità, lo muove come un angelo vendicatore. Vorrebbe farla finita ma non può. Qualcosa lo trattiene. C’è ancora molto lavoro da fare…

La bottiglia è quasi a fine. L’oscurità è ormai padrona. No, non accenderò la luce sulla scrivania. Lascerò spengere gli ultimi suoni del giorno, immaginandomi la gente che torna alle proprie case, moglie, figli, progetti, fede… Nessuna differenza tra loro ed i piccoli insetti che infestano le cantine e le soffitte. Ragni, termiti, blatte…
Vieni oscurità. Vienimi a prendere. Fammi dormire, ti prego. Almeno stanotte, fammi dormire…

Jonathan Macini

sabato 7 novembre 2009

SEBASTIAN CLAW: Nessuna Speranza



Ieri notte sono tornato a casa del professore. Ero ubriaco, e ricordo appena quello che è accaduto. Cercherò di raccontarvelo, prima che l’oblio cali inevitabilmente sui mie ricordi (ancora molto confusi), ed il sogno si mischi con la realtà. Ormai non credo più a nulla, ed anche le vittime di questo shotgun sono diventate una magra consolazione. Ho ucciso di nuovo, ho ucciso qualcosa che solo con molta fantasia potreste considerare vivo, eppure gli incubi sono venuti lo stesso, più orribili che mai.

Ho fermato la macchina nel solito piazzale. Mancava poco al tramonto. Il cielo era grigio e il mondo incolore. La villetta era immersa nel silenzio e nell’ombra. Ricordavo bene quella luce che avevo visto mesi prima, quel suono orripilante di flauti e tamburi. Niente di ciò disturbava adesso quel pacifico panorama rurale. Mi sono acceso una sigaretta. Sapevo che era una scusa per guadagnare tempo. Guardavo la finestra del piano di sopra, le persiane spalancate, le tende tirate. Un occhio su un pianeta alieno. La sigaretta era arrivata alla fine. Che fare? Riaccendere il motore, girare l’auto e tornare a casa. Si, era quello che desideravo più di ogni altra cosa. Eppure sapevo in cuor mio che se non avessi fatto quello che mi ero premesso di fare, non sarei riuscito a dormire un’altra notte.

Sono sceso, ho gettato il mozzicone nella ghiaia del piazzale, due corvi spaventati sono volati via, oltre il tetto della villetta. Ho caricato il fucile e ho coperto lentamente la distanza che mi separava dall’ingresso, una ventina di passi, non di più. Superato il cartello di vendita affisso dall’agenzia immobiliare mi è sfuggito un sorriso. Chi poteva essere così pazzo da andare ad abitare in un posto del genere? Ma forse erano le mie fantasie, o la mia consapevolezza, a trasfigurare quella graziosa villetta di provincia, che aveva saturato le mie notti, preso possesso dei miei sogni, trasformato la mia vita. Per questo ne provavo orrore. Forse a una persona normale sarebbe piaciuta… Eppure erano passati tre mesi, e quel cartello stava ancora lì.

La porta era chiusa a mandata. Le persiane del piano terra erano tutte sbarrate. Rimaneva solo l’ingresso sul retro. Con lo shotgun ben puntato davanti a me, mi sono portato sul retro dell’edificio. Il portico posteriore di affacciava su uno sconfinato campo d’erba’erba alta che si perdeva in un declivio verso la città. Le luci di Providence incominciavano ad accendersi. Anche la porta sul retro era chiusa a chiave, ma un proiettile a bruciapelo avrebbe fatto saltare in aria il chiavistello. Esplodere un colpo in collina avrebbe insospettito qualcuno, anche se la casa più vicina era a un quarto di miglio, così ho avvolto la canna del fucile nel cuscino di una sedia a dondolo dimenticata nell’angolo della veranda. Ho fatto fuoco, spargendo piume e schegge di legno un po’ dappertutto. Un attimo dopo ero dentro la cucina, un luogo ordinato ma ricoperto da un denso strato di polvere. Un odore da voltastomaco mi ha investito. Difficile descriverlo. Dolce e avariato, marcio e pungente. Nel silenzio assordante della villetta, una sensazione assurda ma inequivocabile si è impossessata delle mie membra, paralizzandomi dalla testa ai piedi. Nella casa viveva qualcosa.

Dietro infiniti veli di grigio il sole stava tuffandosi oltre l’orizzonte. Non potevo farmi sorprendere dalle tenebre, non con quella cosa che si aggirava là dentro. Per fortuna mi ero portato dietro la mia medicina. Ho appoggiato il fucile sul tavole ed afferrato la fiaschetta dalla tasca interna della giacca. Il whisky di contrabbando non è un granché ma fa il suo dovere. Un lungo sorso e le membra si sono sciolte, un altro sorso ed ero pronto a salire di sopra.

Non ce n’è stato bisogno. Riafferrato lo shotgun, ho attraversato la porta della cucina che dava su un corridoio. A destra si apriva il salotto, a sinistra la libreria, più avanti l’atrio e la rampa di scale. La poca luce esterna filtrava dalle persiane, ma era impotente di fronte all’oscurità che albergava da mesi dentro la casa. I miei occhi facevano fatica ad abituarsi. L’impianto elettrico era staccato. L’unico riverbero che mi aiutava a procedere senza andare a sbattere addosso a qualcosa era quello che proveniva dietro di me dalla cucina. Il bisogno di un altro goccetto mi ha fatto fermare. In quel momento ho avvertito lo strascichio. Veniva da sopra, lento, appiccicoso, grondante, umido. Un rumore di vischiosità viva.

In quel momento qualcosa è scattato dentro me. Ricordo solo brandelli dei minuti successivi. I passi lenti ed esitanti verso la rampa di scale, il rumore viscido che avanzava, i contorni vaghi di una creatura deforme che scendeva i gradini, e poi il terrore. Dopo il colpo sparato nel porticato mi ero completamente dimenticato di ricaricare lo shotgun. Freneticamente ho afferrato due proiettili dalla tasca, ma riuscire ad inserirli nel caricatore con le mani che mi tremavano non è stato facile. La creatura stava avanzando verso di me molto più velocemente di quanto pensassi. Non avevo coraggio di guardare. Ho chiuso il caricatore e ho mirato alla cieca, seguendo un istinto tutto mio. Un boato inatteso è esploso nell’ampio ingresso della villetta. Non era finita, non per me. Altri due colpi. Bang! Bang! Ma ho continuato a guardarmi le scarpe mentre sparavo, incapace di soffermarmi su quell’essere che non sarebbe dovuto esistere.

I colpi erano finiti. I bozzoli giacevano sul pavimento. Dieci, dodici. Non so. Il rumore vischioso continuava, ma era diverso. La creatura non si muoveva. Come prova poteva bastarmi. Non volevo assicurarmi di niente. Non volevo guardare. Sono corso fuori, ed è tutto quello che ricordo. Non so come sono riuscito ad arrivare all’auto, ad accendere il motore e fare manovra. Percorrere le strade ormai buie di Providence sembrava un sogno nel sogno. Per un attimo la sensazione di normalità mi ha sedotto. Avrei voluto abbandonarmici, ma come potevo continuare ad ingannarmi.
Nessuna speranza per chi conosce la verità. Nessuna speranza.

Jonathan Macini 2008

lunedì 2 novembre 2009

IL DIAVOLO IN ME

Cosa si nasconde dietro quella porta?
Lui.
Mani ghermenti, sudore rancido, petto villoso, alito alcolico.
Mio padre.
La forza bruta che afferra, piegando al suo volere.”Piccina, vieni qua. Tuo padre ha bisogno di coccole…”
No, quello è stato tanto tempo fa. Adesso dietro la porte c’è lei, la donna che sono diventata. È venuto il momento di farle visita. Si, proprio adesso, mentre punta quella nove millimetri alla testa del fottuto bastardo.
È una brava persona. Non lo farebbe mai…
…almeno che non le dia una mano io.
“Ciao bambina, ti ricordi? Ti ricordi quello che ci ha fatto?”
Uno sparo!

Jonathan Macini - 101 Parole

martedì 27 ottobre 2009

SEBASTIAN CLAW: Melvin



Melvin era una zecca, come si dice in gergo. Tu lo pagavi e lui ti dava le informazioni, succhiate direttamente dalle profondità più recondite ed aberranti della razza umana. Niente di strano, se si stesse parlando di informazioni normali. Ma Melvin non era normale… Chiunque avesse assistito a metà della roba che è passata davanti ai suoi occhi, si sarebbe fatto un tuffo di diversi metri, tanto per non pensarci più. Capite quello che vi voglio dire…

Sono due mesi che viaggio tra Providence ed Arkham. L’aria di Boston mi ha già cambiato. Le cose sono e le cose restano. Chi non ha più il velo davanti agli occhi è bene si cerchi un nuovo pretesto per andare avanti. Io ce l’ho… un bel po’ di piombo da commissionare. Il lavoro è solo all’inizio…
Melvin, vi dicevo. Un vecchio pazzo con la gobba, la bava alla bocca e la cute piena di chiazze glabre. Si aggirava nel parco di Arkham, proprio dietro la Miskatonic, insieme a un vecchio cagnolino cieco, un incrocio poco piacevole che non la smetteva mai di abbaiare. Lui diceva che gli teneva lontane le creature… Idiota!


L’ho conosciuto quasi per caso circa un mese fa. Uscivo dalla biblioteca dell’università e me lo sono ritrovato tra i piedi. Aveva adocchiato i libri che tenevo sottobraccio. “Se hai bisogno di qualche informazione, chiedi pure… Faccio dei buoni prezzi…” mi disse. Poi il cagnolino incominciò ad abbaiare, e lui se ne tornò verso il parco, con uno strano ghigno sul volto. Quella notte tornai a Providence, e continuai a pensare a quel vecchio. Mi ci volle mezza boccia di bourbon per riuscire a prendere sonno, e non fu facile trovarla. Il giorno dopo, con la testa appesantita dall’alcol ed in bocca un sapore non piacevole, iniziai a consultare i due testi per i quali avevo viaggiato più di cento miglia: la pubblicazione Bridewell di Culti Innominabili e un libro di poesie di Justin Geoffrey intitolato Il Popolo del Monolito. Il professor Richardson ne accennava nei suoi appunti. No, non quelli di casa sua. Non ci sono più ritornato dopo quella notte, ma ho fatto un salto nel suo ufficio, in città. A parte un paio di note sul retro dell’agenda, non ho trovato nulla che riguardasse il mistero della sua scomparsa. Mi faccio ridere, ancora non riesco a chiamare tutta questa follia per il suo nome… eppure che nome potrei mai dargli? Occultismo? Mitologia? Potrei parlare semplicemente di deliri, ecco cosa… No, non sono curioso. Voglio solo riuscire a dormire la notte, senza l’aiuto del vecchio whisky.

Ho letto i due libri ma non ho approfondito. La maggior parte di quella roba non riesco neanche a capirla. Il resto invece mi attanaglia le budella, e mi fa venire sete. Ma stavo cercando una traccia, un segno. Non l’ho trovato, così li ho riportati ad Arkham. È stato allora che ho rivisto Melvin, ma questa volta sono stato io ad avvicinarmi a lui. Appena uscito dalla Miskatonic ho sentito l’inconfondibile verso di quel brutto meticcio. Mi sono avvicinato agli alti platani che delimitavano l’inizio del parco. L’ho intravisto su una panchina, curvo ed immobile. Sembrava stesse dormendo, così mi sono avvicinato lentamente, e lui si è rivolto a me senza neanche voltarsi. La sua voce era vecchia e gracchiante. “Melvin fa degli ottimi prezzi… se si vogliono conoscere gli abomini della città…”
“Di che diavolo stai parlando?”


È iniziato così, ed è andato avanti per più di un mese. La strage alla baia di Arkham, il mattatoio alla fattoria Renfield, l’omicidio Portman. Prelibati sonniferi per il sottoscritto. Non sto a raccontarvi le nefandezze perpetuate da queste creature (non posso certo chiamarli uomini!). Ne hanno parlato i giornali e hanno parlato anche di me. Ovviamente non sanno chi io sia, né che relazione ci sia tra le tre carneficine e l’efferata morte di un barbone di Arkham, trovato ieri notte appeso ad un cancello del parco. Le sue viscere, unite alle cervella del suo cagnolino, formavano un complicato disegno ai suoi piedi. Nessuno conosce il senso di tutte queste morti. O almeno me lo auguro.

Non ho paura della polizia. Se mi dovessero beccare mi metterei lo shotgun in bocca senza esitare un attimo. Vi posso assicurare che tutta quella gente si meritava molto di più di una morte veloce come quella che ho riserbato loro. No, ho paura di altro, degl’incubi tentacolari che stritolano, privandoti anche del tempo per toglierti la vita. Una follia eterna, accompagnata da un imponderabile suono di flauti…
Per fortuna Providence sembra ancora abbastanza tranquilla… se ci si tiene lontani dalla casa del professore.


Povero Melvin. I suoi prezzi erano davvero buoni. Ho messo da parte del buon piombo per vendicarlo. Ma ho bisogno di una nuova zecca adesso. Domani parto per Boston. Ho un contatto. Ve ne parlerò…
Addio Melvin. Addio cagnolino. Quasi quasi vi invidio…

Jonathan Macini - 1995

lunedì 19 ottobre 2009

SEBASTIAN CLAW: La nascita


Gli Antichi furono, gli Antichi sono, e gli Antichi saranno. Dalle stelle Oscure Essi vennero prima che l’Uomo nascesse, invisibili e tremendi. Essi discesero sulla Terra primordiale. Sotto gli oceani Essi attesero per lunghe epoche, fino a che i mari eruttarono la terraferma, ed Essi brulicarono in moltitudini e la tenebra regnò sulla Terra. Ai Poli gelidi Essi eressero possenti città, e in luoghi elevati i templi di Coloro che la natura non conosce e che gli Dei hanno maledetto. E la stirpe degli Antichi ricopri la Terra, e i Loro figli perdurarono nei secoli. Gli Shantak di Leng sono l’opera delle Loro mani, i Ghast che dimorano nelle cripte primordiali di Zin li riconoscono come loro Signori. Essi generarono i Na-hag e i Magri che cavalcano la Notte; il Grande Cthulhu e Loro fratello, gli Shoggoth Loro schiavi. I Dhole rendono Loro omaggio nella valle tenebrosa di Pnoth e i Gug cantano le Loro lodi sotto le vette dell’antica Throk. Essi hanno camminato tra le stelle ed Essi hanno camminato sulla Terra. La Città di Irem nel grande deserto Li ha conosciuti; Leng nel Deserto Gelato ha visto il Loro passaggio, la cittadella eterna sulle cime velate da nubi di Kadath la sconosciuta porta il Loro segno.
Pervicacemente gli Antichi seguirono le vie della tenebra e le Loro bestemmie erano grandi sulla Terra; tutto il creato s’inchinava sotto la Loro potenza e Li riconosceva per la Loro malvagità. E i Sovrani Primigeni aprirono gli occhi e videro le abominazioni di Coloro che devastavano la Terra. Nella Loro ira Essi levarono la mano contro gli Antichi, arrestandoLi nella Loro iniquità e scacciandoLi dalla Terra nel Vuoto oltre i piani dove regna il caos e non dimora la forma. E i Sovrani Primigeni posero il Loro sigillo sulla Porta e il potere degli Antichi non prevalse contro la sua potenza. L’orrendo Cthulhu si levò allora dal profondo e si scagliò con immensa furia contro i Guardiani della Terra. Ed Essi legarono i suoi artigli velenosi con potenti incantesimi e lo rinchiusero nella Città di R’lyeh dove, sotto le onde, egli dormirà il sonno della morte sino alla fine dell’Eone. Oltre la Porta dimorano ora gli Antichi; non negli spazi noti agli uomini, bensí negli angoli tra essi. Al di fuori del piano della Terra Essi indugiarono e sempre attendono il tempo del Loro ritorno; perché la Terra Li ha conosciuti e Li conoscerà nel tempo a venire. E gli Antichi tengono l’immondo e informe Azathoth in conto di Loro Maestro e dimorano con Lui nella caverna al centro di tutto l’infinito, dove egli morde famelico il caos supremo tra il folle rullo di tamburi nascosti, il pigolio stonato di orrendi flauti e il grido incessante di dèi ciechi e idioti che eternamente vagano e gesticolano. L’anima di Azathoth dimora in Yog-Sothoth ed egli chiamerà gli Antichi quando le stelle segneranno il tempo della Loro venuta; perché Yog-Sothoth è la Porta attraverso la quale Quelli del Vuoto rientreranno. Yog-Sothoth conosce i labirinti del tempo, perché tutto il tempo è per Lui una sola cosa. Egli sa da dove vennero gli Antichi nel tempo passato e da dove verranno ancora quando il cielo sarà completo. Dopo il giorno viene la notte; il giorno dell’uomo passerà, ed Essi regneranno dove regnavano un tempo. Come un’abominazione voi Li conoscerete, e la Loro malvagità contaminerà la Terra.

Pioggia, sempre pioggia. Questo maledetto cielo di febbraio non sa dirmi altro. Il drappo su un orrenda verità è stato calato, e le pesanti nuvole che ricoprono questa assurda città ce lo ricordano. New York non funziona.
La grande mela è come sorda agli stridenti richiami dell’ombra; troppo impegnata ad ingrandirsi e a fagocitare se stessa, troppo corrotta ed incurante di tutto ciò che non è fine a se stessa. Ho affittato questo monolocale a Providence, nella speranza di ritrovare il mio vecchio compagno di collage, il prof. Richardson. Le ultime notizie riguardo a lui risalgono a una settimana fa, il giorno in cui mi è stata recapitata la lettera che conteneva il manoscritto qui sopra riportato. Il professore era impegnato in studi bizzarri di cui mi aveva accennato alcuni dettagli. Poi è arrivata la lettera, e quell’articolo in terza pagina del Washington Post. Il prof. Richardson era scomparso!!!

Non so se questa sia verità o follia, ma da ieri notte non riesco più a credere a niente. Sono andato a casa del professore, una villetta isolata poco fuori Providence, e dopo aver fermato l’auto nel piazzale davanti all’entrata e aver spento i fari, mi sono accorto di quella luce. Non era un riflesso, e nessuna sorgente luminosa conosciuta poteva riprodurre quel colore, tra il verde, l’azzurro ed il nero. Usciva dalle imposte sbarrate della villetta, un ritmo pulsante che nella mia mente sembrava accompagnato da tamburi e da flauti. Ho atteso minuti che sembravano ore, ma non sono riuscito ad uscire dall’auto, bloccato al sedile da un terrore alieno. Adesso sono qua, seduto davanti allo scrittoio del monolocale, privato di una notte di sonno, ed osservo il drappo grigio del cielo chiedendomi se la follia non sia davvero il migliore dei rimedi.

Guardo mestamente indietro, eppure non mi vergogno dei miei rimpianti. Sarebbe stato bello conoscere una brava donna, magari avere dei figli. Ho scelto la via più facile, rapito dal miraggio di una brillante carriera lavorativa. Niente di meglio che di fare l’avvocato nella città che ricopre d’oro gli avvocati. Adesso tutto ha molto meno senso. Adesso tutto sfuma tra le ombre tentacolari di una notte imperitura. Niente è più come prima, e non lo sarò neanche io.

Randy Coleman non è più il mio nome, così come New York non è più la mia città. Forse il mio destino è già segnato, ma cercherò con tutte le mie forze di rimandarlo al domani più lontano, insieme all’avvento di questo perverso disegno. Il mio nome è Sebastian Claw. Ho solo un fucile a canne mozze per amico, e per adesso mi basta. Providence è la mia nuova città, l’inizio di una nuova vita. Una vita che ha già un finale, ed appartiene ad abissi aberranti, tane di assurde creature. Ma prima della fine qualcuna di queste assaggerà il mio piombo. Lo devo al professore e lo devo a me stesso.

Jonathan Macini 2008

mercoledì 14 ottobre 2009

SERATA FM


La radio quella sera sputava pezzi jazz, roba acid tipo Jimmy Smith, oppure il vecchio Coltrane.
Vecchia buona radio, ricordo ancora quando la comprai, ormai saranno passati quasi dieci anni. Era un po’ nascosta dietro agli imponenti stereo di nuova generazione, ma mi chiamò, come fanno le cose quando scelgono un padrone. E lo stesso fu quella sera, la sera di cui vi sto parlando. Lei mi chiamò…
…ed io, sventurato, risposi, e per la prima volta dopo tanto tempo, ma senza pensarci due volte, salii in soffitta e la tirai fuori dalla sua polverosa custodia di plastica nera.
Le radio antiche hanno il loro perché; si sentono oggetti importanti, raccontano storie con stile, e la musica che trasmettono é sempre quella giusta.
Ma quella sera accadde qualcosa di strano…
Seduto sul divano a fumarmi l’ennesima camel light, galleggiavo quieto sopra un assolo di hammond, quando all’improvviso una scarica elettrica interruppe il vecchio Jimmy. Cavolo, pensai. Feci per andare a sistemare l’antenna, quando la voce di una donna mi bloccò.
«Fumi ancora, ricciolo? Quelle schifezze ti uccideranno…»
La voce la conoscevo, ma che diavolo ci faceva dentro la mia vecchia radio?
«Samantha, sei tu?»
Non pensate male di me adesso. Va bene, lo ammetto, stavo parlando ad un pezzo di legno e ad un ammasso di transistor. Ma sono più che certo che vi sareste comportati esattamente come me. Dannata radio…
«Certo che sono io, ricciolo. E chi altro dovrebbe essere…»
Aveva la cattiva abitudine di chiamarmi “ricciolo”, e un tempo poteva anche andarmi bene, ma adesso, con la piazza che avevo sulla testa, quel nomignolo aveva il sapore di uno sbeffeggio.
«Che cavolo sta succedendo!» imprecai a quel punto. E mi alzai dal divano, determinato a chiudere quell’assurda conversazione. Allungai la mano verso la manopola, ma la voce di Samanta mi bloccò di nuovo.»
«Stavo pensando alla veranda di Toby, alle nottate di quell’estate così calda, che anno era? 1997? 87? 77? 67? 57?…»
Già, le chiacchierate insieme ai soliti balordi, la musica in sottofondo, una cassa di birra fredda sugli scalini del porticato. Chi arrivava se ne agguantava una e poi salutava il resto della truppa. Le zanzare all’inizio erano perfide, ma poi si ubriacavano insieme a noi, o forse era la musica che le frastornava per bene. Verso le tre del mattino avevano smesso di tormentarci, e la notte entrava nel suo momento clou. Poi arrivava sempre il Freddy con una tipa nuova. Faceva le sue battute sconce e poi se ne andava. Samantha ballava in veranda, Miki mischiava tabacco e gangia, io andavo a cambiare disco; a quell’ora ci voleva del sano blues, non so se mi spiego. E poi via così, fino alle prime luci dell’alba. Chissà che anno era…
«Samantha, che diavolo ci fai nella mia vecchia radio?»
«E tu, che diavolo ti è preso stasera, che te stai da solo a parlare con una vecchia radio?»
Poi udì un’altra scarica elettrica, e finalmente Jimmy Smith poté finire il suo assolo.

AUTORI: GM Willo, Donatello, Ciccio, Aeribella Lastelle

giovedì 8 ottobre 2009

LEI NON SA CHI SONO

Mi ha invitato a bere qualcosa. L’appartamento è grazioso. Mette su un po’ di musica, poi sparisce in cucina. Torna con due bicchieri e una promessa di letto.
Le tolgo i drink. La stringo. Le faccio scivolare una mano sotto la gonna. Ma la mano è già un tentacolo.
La penetro con l’estremità gommosa di quell’appendice. Adoro prendere forme nuove. Le leggo sorpresa negl’occhi. Le piace per un po’, poi soffoca un grido. Non capisco se di piacere o di paura.
Urla mentre affondo negl’intestini. Lei si dimena. Danza.
Finalmente raggiungo il cuore. Lo accarezzo. Lo afferro. Lo strappo.
Dormi, piccina.